Estratto

Proprietà letteraria riservata
© 2020 di Adamo Mastrangelo
Tutti i diritti riservati.
Illustrazioni dell’autore
Prima edizione 2020
È vietata la riproduzione
(totale o parziale) dei contenuti.

A tutto ciò che lasciamo
dietro ad ogni salita.
A tutto ciò che troveremo
alla fine della salita.

Prima parte

Non passò molto dal riposino pomeridiano. Fuori era estate e Antonio era sveglio sdraiato sul suo lettino a guardare le stelle di carta colorate, appese nella sua stanza a sottili cordoncini bianchi, al soffitto rosa e azzurro che ogni mattina lui guardava con tanta meraviglia. Pepo era appoggiato pesantemente sul pavimento di legno e si svegliò all’improvviso alla vocina di Antonio, che farfugliava qualcosa indicando le stelline. Il vecchio cane fece un grosso sbadiglio, si stiracchiò le grandi zampe e disse: «Ne ho sentito parlare di questi colori che voi umani potete vedere, ma purtroppo noi cani li possiamo soltanto immaginare». Antonio spalancò gli occhi e la bocca allo stesso tempo, come preso da un immenso stupore e Pepo si alzò pian piano per avvicinarsi alla finestra, scostando col musetto la tenda bianca in lino:
«Vedo le stesse cose che vedi tu, ma in modo un po’ diverso».

Il bambino scese allora dal lettino, scavalcando a fatica la ringhiera di legno che proteggeva il soffice materasso e si avvicinò al suo amico Pepo toccando il morbido pelo sotto al musone.
«Forse un giorno potrò vederli anche io i colori» disse il cane indicando col naso fuori dalla finestra «e allora vedremo quel fiore allo stesso modo».
Antonio abbracciò Pepo affondando le braccia nel lungo pelo e preso da un’irresistibile voglia di scoperta, afferrò il cane per una ciocca soffice e si diressero assieme verso il corridoio.
Si avvicinarono al grande salone luminoso, dove il papà fumava la pipa e leggeva il grande giornale che profumava di carta e inchiostro, seduto sulla poltrona di spessa tela. Il piccolo Antonio avvicinò l’indice alle labbra chiedendo a Pepo di fare silenzio e si avviarono quatti quatti verso il portone della casa, per uscire al sole di quel caldo pomeriggio.

«Non possiamo uscire, non ci è permesso» sussurrò il cane al bambino, «se ci scoprono si arrabbieranno moltissimo con me! E che figuraccia ci farò poi? Che razza di cane permetterebbe ad un bambino della tua età di uscire da solo?».
In quel preciso istante, nella testa allungata del vecchio Pepo cominciarono a scorrere immagini in bianco e nero della sua infanzia, quando era cucciolo e spensierato, quando tutto era una scoperta e quando anche una mosca si trasformava in un gioco da rincorrere. Pensò che quel tempo era passato troppo in fretta e che i suoi ottantaquattro anni erano in verità soltanto dodici, che avrebbe voluto ritornare alla prima volta che si bagnò le zampette nella pozzanghera del sentiero, quel sentiero che portava al prato di stelle. Era un grande prato di sottili fili d’erba, in cima ad una salita lontano dalle case degli umani, dove si potevano ammirare tutte le stelle, una ad una. Come avrebbe voluto rivedere quel prato!

La manina di Antonio chiedeva attenzione e Pepo, rinvenuto da quei lontani ricordi che gli affollavano la mente, si guardò indietro, vide che non c’era nessuno che gironzolava per casa, alzò la sua grande zampa e abbassò la maniglia di ottone della porta. Bastò infilare il muso nella fessura della porta per spalancarla e ritrovarsi nel giardino luminoso tra l’erba e i fiori d’estate.

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